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Marco Mannucci, un runner d’eccezione

Se dovessi descrivere in una parola la serata trascorsa a chiacchiere con Marco Mannucci, runner toscano e di una simpatia unica, direi “motivante“.

Sì, perché il Mannucci (mi sto prendendo questa confidenza) è un motivatore nato. Sportivo da sempre, ha praticato un sacco di sport: nuoto, tennis, canoa, palestra… Ma in tutti gli allenamenti, la parte che più gli piaceva era sempre la corsa. “E gli allenamenti di corsa più erano lunghi e più mi garbavano“, ci dice ridendo.

Viene da una famiglia di podisti: ci racconta di come, da bambino, seguisse il papà runner sulla sua bici. Sostiene di non avere il fisico da corridore, ma di avere la fortuna di avere una buona salute cardiaca – sicuramente più da runner di me ce l’ha, ma è anche vero che a superare me ci si mette poco!

Negli anni di palestra, durante il liceo, l’allenamento preferito rimane comunque la corsa su tapis roulant o la cyclette. Nel mentre inizia l’attività da arbitro e continua a correre, ma mai lunghe distanze.

La prima maratona arriva un po’ per caso, con una scommessa fatta con un collega di lavoro alla Piaggio. Scommette svariate cene e svariati aperitivi che ce la farà in quattro ore, salvo per poi finire in tre ore e 37 nonostante qualche piccolo imprevisto.

“La gente va in paranoia quando pensa a preparare le maratone”, ci racconta mentre sorseggiamo una birra artigianale su una piazzetta che si affaccia sul Lungarni di Pisa. È una serata di fine settembre piacevole, e Marco è un’ottima compagnia: racconta spontaneamente la sua esperienza, tant’è che io mi limito a segnare qualcosa sulle note del cellulare.

“Bisogna innanzitutto avere una mentalità positiva e trovare la forza dentro di sé… oppure per una scommessa con gli altri!”. Discorriamo un po’ della storia della maratona in generale, del fatto che sia una gara di resistenza prima che di velocità. Resistenza fisica e mentale, perché come lui stesso dice, una maratona non si prepara da un giorno all’altro: ci vuole allenamento, ma soprattutto una mentalità positiva.

“Quando si pensa alla corsa, la gente pensa che 10 km siano tanti, ma in effetti sono tanti soltanto nella nostra testa. I nostri sono innanzitutto limiti mentali, perché 5 km li può fare tranquillamente chiunque, anche senza allenamento. Piano, ma senza allenamento.”

Ammette lui stesso di non aver mai avuto un allenatore, di non aver mai fatto parte di un gruppo podistico e di non aver mai seguito una tabella. Ciò che fa è allenarsi almeno tre volte a settimana: un lungo, un progressivo e un allenamento di ripetute, “la storia è sempre quella per chiunque”, ci racconta. Un lungo, per lui, sono ormai più di 20 km (e io aggiungerei un proverbiale quanto romanesco #piastispicci).

“Non avendo famiglia ed essendo single (questa ve la sto riportando io ragazze, affrettatevi ;)) per me è molto semplice incastrare le corse nella giornata. Dopo il lavoro, alle 17 stacco e posso andare a correre senza problemi”.

Marco mi fa capire l’importanza di correre soprattutto con la testa e facendo attenzione ai segnali del corpo, che spesso tendiamo ad ignorare: ci racconta di come prima riuscisse a correre dopo una serata di bagordi, di come invece ora abbia imparato a conoscersi meglio e a capire quando è ora di riposare e quando ripartire.

Fotografo nel tempo libero, lettore di fantasy e non solo, attivissimo su Facebook (specialmente sul gruppo Friends Running) e su Instagram, Marco è un motivatore nato. Ogni volta che apro quel gruppo trovo foto sue insieme a un sacco di gente, con la quale si allena. “Per me la corsa è, oltre che una passione, un’opportunità per conoscere gente nuova“.

Uno degli scatti del Mannucci, a Pontedera (Pisa).

Uno degli scatti del Mannucci, a Pontedera (Pisa).

E mi racconta che ha vinto la lotteria, all’inizio di quest’anno. Gli faccio le congratulazioni, venialmente pensando a una sostanziosa vincita in denaro, ma lui mi dice: “Ho vinto qualcosa che vale molto di più dei soldi, ho vinto la possibilità di partecipare alla New York City Marathon“. Ecco per cosa si allena attualmente il Mannucci, mica spicci!

Da bravo motivatore e animale sociale qual è, fa da pacer a tutte le mezze maratone sulle quali riesce a mettere le mani qui in zona, e prossimamente lo farà anche alla Lucca Marathon. Scherzando propone di fare da pacer anche a me, ma io punto più alla Lucchesina da 10 km e al ristoro.

Oltre alla NYC Marathon, vorrebbe partecipare al Passatore di maggio 2017, ma ci racconta anche degli infortuni passati – che gli hanno fatto apprezzare ancora di più la corsa: la sindrome della bandelletta ileotibiale, purtroppo a me ben conosciuta, che per i comuni mortali si traduce in un male boia (termine medico, giuro) alla coscia e al ginocchio quando si corre.

“La corsa per me è soprattutto divertimento. È bello durà fatia (fare fatica, NdT) ma andare comunque al proprio passo – pensa che dopo le lunghe distanze non ho neanche fame, come succede di solito dopo un lungo sforzo”. Beato te Marco, io dopo una passeggiata in centro a ritmo passeggiata col cane mangio anche i quadri appesi alla parete del bar, figurati.

Dopo un numero più da alcolisti che da sportivi di birre ci salutiamo sul Lungarni, con la promessa di rivederci e di andare a correre insieme prossimamente. E con un bel selfie per ricordare questo incontro, piacevole ma soprattutto illuminante: perché alla fine, come disse il Mannucci, l’importante è usare la testa e divertirsi andando al proprio passo, sfruttando la corsa per conoscere tante altre persone con la stessa passione.

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Shally

Sabrina, detta Shally, studentessa fuorisede e aspirante interprete. Dopo il primo fitness tracker nel 2013 cambia stile di vita, interessandosi al mondo del fitness. Runner per caso, patita di sushi, avida lettrice sempre alla ricerca di qualcosa da imparare!

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