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La mia Cortina-Dobbiaco

Una testimonianza di Elisa Zafferani.

 

Cortina-Dobbiaco, 4 giugno 2017

Oggi, correndo in mezzo a 5000 altri runners, in una cornice naturale meravigliosa, mi sono sentita sola. Ma non è stata un’emozione negativa.
I miei due compagni di squadra sono lontani, uno perché è partito in griglia con me ma è volato subito via al suo ritmo, giustamente, l’altra perché parte dalla griglia avanti alla mia.
Sono sola con me stessa, io, le mie gambe, il mio respiro, la mia testa. Corro, un passo avanti all’altro, facile. Mica tanto. La strada sale per i primi 14 km dice l’altimetria, con calma ma sale, sale e sale ancora. Ho 30 km da percorrere quindi la mia testa me lo ricorda ad ogni passo. Ne devi fare 30, vai piano, aggiusta il ritmo, non spingere troppo. I miei polmoni mi aiutano in questo, respirare quassù non è semplicissimo, se poi stai andando in salita, figurati.
Usciamo dal paese ed entriamo sulla strada ciclabile in mezzo al bosco. Attorno a noi ci sono pini altissimi, di quei pini veri, non i pini marittimi che ci sono da noi, queste sono conifere autentiche, belle ordinate tutte in fila per stare attaccate alle pendici dei monti.
Entriamo in galleria e chiedo ai legamenti delle mie caviglie di ammorbidirsi e allungarsi perché è buio, il terreno è molto sconnesso e di sicuro inciampo. La caviglia destra manda a quel paese il mio pensiero quando prendo una bella buca. Rallento un pochino, sento cosa dice, risponde bene.
Sono sola e penso. Un desiderio mi prende improvviso. Vorrei mescolare il DNA di Stefano Gregoretti e Daniele Vecchioni e innestare questo meraviglioso mix nel mio DNA in modo da poter correre in maniera più efficiente e facendo meno fatica.
Rido tra me e me mentre mi sfreccia davanti Gregoretti che attraversa il sentiero e prende una salita con l’agilità di un capriolo, seguito a breve distanza da Vecchioni che riesco a salutare e mi risponde sorridendo.
Continuo a correre con il mio DNA e comincia la mia trasformazione in runner matematica, a ogni chilometro che passo calcolo la frazione di gara che rappresenta, suddivido i 30 km in quindicesimi, settemezzesimi, terzi, quinti, sesti, invento numeri irrazionali e sorrido, scuotendo la testa come nei film americani.
Finalmente la strada comincia a diventare pianeggiante, il ritmo aumenta, le gambe girano, il passo mostra il primo 5 della giornata e sono felice. Ancora sola. Forse la gara è talmente dura che nessuno ha voglia di condividere la sua stanchezza con gli altri. O probabilmente sono io che oggi in questo posto così splendido sto proprio bene con me stessa.
La strada riprende a salire e mi prende un colpo. Uno che sembra conoscere molto bene il percorso ci rasserena tutti, è l’ultimo strappo poi si scende.

Effettivamente inizia la discesa e io, confidando nella mia consolidata tecnica di corsa imparata da Fulvio Massini, sposto avanti il baricentro e lascio andare il corpo scaricando il peso su quadricipiti e glutei. Macino i primi due chilometri a un ritmo molto elevato, dimenticando di averne già 14 sulle gambe e ne devo percorrere ancora 16.
Rallento un po’, la fatica comincia a farsi sentire davvero ma stringo i denti e cerco di prendere energia dal panorama. Ci sono un paio di passaggi vicino a due laghi alpini belli da togliere il fiato, la pace che mi danno quelle acque calme mi fanno rallentare un po’ ma raggiungo la mia serendipity. Sto proprio bene.
Avvicinandosi a Dobbiaco comincia ad esserci un po’ di pubblico, l’incitazione un po’ aiuta, anche se sentirsi dire “dai che da qui è tutta discesa!” mi verrebbe da rispondere che non sono mica in bici, le gambe le devo spingere lo stesso, ma sorrido e passo oltre. Cerco di incitare qualche con-corrente (mai parola fu più opportuna per qualcuno che corre con te) che sta mollando, raccolgo le ultime forze e cerco di spingere verso il traguardo che, preannunciato dal tappeto di feltro steso a terra, mi appare tutto ad un tratto di fronte.
La mia felicità esplode, mai stata così contenta di essere arrivata in fondo ad una gara, quasi travolgo il fotografo che deve aver fatto un primissimo piano del mio mega sorriso da orecchio a orecchio, che probabilmente non potrò avere perché difficilmente avrà preso il mio numero di pettorale, talmente era vicino.
Grande gara, grande fatica, grandissimo divertimento.
Siamo runner, folli e gioiosi, talmente folli da poter pensare le parole “fatica” e “divertimento” nella stessa frase.

Fitbeet Guest
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