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Che cosa ho imparato correndo una maratona

Quante emozioni possiamo provare in una frazione di secondo?
Di cosa siamo realmente capaci quando ci impegniamo in ciò che facciamo?
Quali sacrifici siamo in grado di affrontare quando siamo realmente convinti che la strada intrapresa, per quanto impervia, ci ripagherà dello sforzo?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che impegnano la mia mente a qualche giorno di distanza dalla EA7 Milano Marathon  2017, la mia prima Maratona, il mio esordio nella gara regina del podismo.
Se correre mi ha insegnato qualcosa è che la mia più grande – e forse unica dote –  è la costanza: se fossi dotato di una genetica davvero buona non starei scrivendo queste righe infarcite di grossolana retorica da podista romantico; mi starei già allenando in qualche pista di atletica, focalizzato sul prossimo impegno agonistico, ma purtroppo per me non è così. Sono uno dei tanti. Uno qualunque.
La realtà è che impiegare 3 ore e 21 minuti come ho fatto io (non voglio pavoneggiarmi ma sono effettivamente molto fiero del mio risultato), impiegarne 4, oppure impiegarne 3, significa comunque essere distanti migliaia di anni luce da chi corre sul serio, da chi corre per 2 ore e qualche minuto alla velocità con la quale un comune mortale faticherebbe a trottare anche solo 20 metri.
Cosa ci spinge allora a confrontarci con una sfida tanto complicata, astrattamente pericolosa e del tutto priva di qualsivoglia possibilità di vittoria? Sia ben chiaro: io sono strafelice di ciò che ho ottenuto ma è evidente che il mio salumiere non è assolutamente in grado di valutare il mio risultato. Verosimilmente non prova neanche grande stima per ciò che ho fatto in senso assoluto; probabilmente pensa che sia semplicemente pazzo!
 Ricapitolando: nessuna possibilità oggettiva di vittoria, nessuna forma di apprezzamento da chi non vive questa strana passione (mia madre quando mi ha telefonato dopo l’arrivo mi ha solo chiesto se stavo bene e poi ha riattaccato), livello di stress fisico estremamente alto, alimentazione tendenzialmente controllata (venerdì sera movimentati a parte) e necessità di una preparazione atletica che, per definirsi minimamente dignitosa, non può prescindere dalla religiosa osservanza di una tabella trimestrale.
La risposta a tutte queste legittime e destabilizzanti considerazioni, che con tutta probabilità stanno allontanando gli eventuali lettori di questo post dalla “malsana” idea di scendere in strada a fare una corsetta, è molto semplice: ho fatto ciò che ho fatto perché questi tre mesi in cui per almeno 4 giorni a settimana mi sono allenato con ghiaccio, pioggia, vento, sole ed altre varie ed eventuali piaghe d’Egitto, nutrendomi di farina di avena, fesa di tacchino, petto di pollo e burro di mandorle rigorosamente preparato in casa, mi hanno reso una persona migliore.
Ma vi è di più. Questi ultimi 12 mesi nei quali ho iniziato a correre con relativa serietà, mi hanno messo a confronto con alcune  parti  della mia personalità che non pensavo neanche esistessero. Spirito di sacrificio, determinazione, controllo della fatica, gestione del dolore. Coraggio.
Io sono fermamente convinto che non esista al mondo metafora più forte della corsa per raccontare quella strana esperienza che è la vita. Ti impegni: ottieni un risultato; ti lasci andare sperando che le cose vadano bene da sole: finisci per soffrire, per frustrarti inutilmente, per pensare che la colpa se le cose non vanno sia sempre di qualcun altro; della pioggia, dei cattivi integratori presi in gara, della cena troppo pesante, delle poche ore dormite “perché lavoro troppo”. Queste sono solo alcune delle tipiche scuse del podista deluso ed assomigliano terribilmente a quelle di chi nella vita non riesce a prendersi ciò che vorrebbe: “Il concorso era truccato”, “Siamo pur sempre in Italia, il paese dei balocchi”, “È colpa degli immigrati se non sto trovando lavoro” ed altre amenità.
La realtà, come da tempo sostiene anche Roberto Albanesi, uno dei preparatori atletici più apprezzati e al contempo controversi nel panorama nazionale, è che non c’è assolutamente nulla di eroico nel correre una Maratona: finirla straziati dal dolore, con i crampi, le lacrime di sofferenza che rigano il volto disidratato, camminando, zoppicando, non ha alcun reale significato.
Anzi, a mio modesto parere, quelle descritte sono le chiare sintomatologie di un problema che si colloca a monte della preparazione di un aspirante podista: la mancanza di costanza e serietà.
La Maratona non si può improvvisare, si tratta di una corsa (non di una camminata) di 42 Km e 195 m, la quale merita di essere affrontata in modo tale che, negli anni a venire, il solo ricordo della gara ci inorgoglisca, ci faccia venire la pelle d’oca, ci commuova. E io credo non ci sia granché da andare fieri nel compromettere la propria salute per una corsa.
In ultima analisi, ciò che questa esperienza mi ha insegnato è che la Maratona è la parte meno importante della Maratona.
Non è la gara in sé a fare la differenza, sono tutti i mesi che la precedono a farla! Mesi in cui la aberrante routine alla quale, volente o nolente, la quotidianità ci condanna, è spezzata da un ideale, un sogno, una meta, uno scopo nobile e meritocratico.
Mesi fatti di pasti nutrienti, sani e dal sapore discutibile, di frutta fresca, di corse lente all’alba, di ripetute che infiammano i polmoni all’ora di pranzo, di sostegno psicologico al compagno di uscite che è in crisi al ventesimo chilometro sui 36 previsti, di sacrosante pisciate all’aria aperta, nella mia martoriata e bellissima terra Umbra.
Tutto per esserci, per essere li con il cuore, in quegli ultimi 200 metri in cui dopo una curva ho visto il traguardo,  la mia ragazza, i miei migliori amici, che al mio passaggio hanno urlato con tutto il fiato che avevano e c’era un sole bellissimo, ed io ho capito che era fatta, che ne era valsa la pena, che lo avrei voluto rifare per altre mille volte se il fisico mi avesse assistito.
Sicuramente lo speaker diceva qualcosa, sicuramente c’era della musica; chissà quale canzone mi ha accompagnato al traguardo? Non lo saprò mai, i miei pensieri erano molto più rumorosi in quel momento.
Ad esempio pensavo che in quello stesso giorno, 5 anni prima, io ero praticamente obeso, che mai mi sarebbe venuto in mente di correre anche solo per un chilometro. Per questo pensavo a quanto siano pericolose le sicurezze, le convinzioni, lo stare comodi. Adesso che la gente – quando mi vede – si domanda se non sia troppo magrolino, non si immagina certo la mia storia che è semplice e complicata come migliaia di altre storie. Tutte le storie di quei 6000 aspiranti maratoneti, tutti in calzoncini, una domenica qualsiasi, a Milano…Quante storie, quante rivalse, quanti dolori da esorcizzare, quanti fantasmi da sconfiggere, quanti mostri con i quali fare pace all’ombra di quel pacchiano gonfiabile rosso che è sempre più vicino, mentre penso così forte.
Ho creduto davvero, per un momento, di sapere chi ero nel mondo, mentre correvo con tutta l’energia che avevo, a Porta Venezia, a Milano, in quell’ultimo rettilineo così lontano dalla mia città, dalla mia piccola e anonima  Foligno dalla quale, come tutti i veri provinciali, fatico a scappare anche solo per un giorno.
Sì, quando mancavano ormai poche decine di metri e le scariche elettriche di adrenalina mi facevano quasi volare, con un’arroganza che solitamente non mi compete, io credo di aver pensato così: sono Jacopo Maria Magrini, ho 27 anni e oggi, signori miei, con il cuore grande di chi ha lottato per prendersi ciò che voleva, sono qui, e non ce n’è per nessuno.
Jacopo Maria Magrini
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